Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google

Rubrica “Let’s Social” di Matteo Bianconi per Spot & Web, quotidiano della comunicazione a cura di Mario Modica Editore

Era il 1997, all’epoca avevo 17 anni circa: dopo una strenue lotta, convinsi i miei genitori a fare l’abbonamento a Internet. Mi ricordo quanto per me fosse emozionante quel frastuono proveniente dal mio modem 56k prima della connessione. Anche un po’ rassicurante. Mi piaceva proprio, era una sorta di campanello di un Mondo dalle mille possibilità, “sono io, apri”, a memoria conoscevo le note della distorsione acustica prodotta dal magico marchingegno. E ricordo il mio primo contatto: “scegli il tuo nickname”.

Ecco, a me sembrava una cosa meravigliosa, inventare un soprannome. Non tanto per l’anonimato, quanto per la possibilità di nominarsi con qualcosa di tuo. Perdonatemi, ma famiglia e nome sono le uniche cose che non puoi scegliere nella tua vita: le puoi ripudiare, forse, ma di certo ci nasci e il più delle volte ci muori. Internet rappresentava la libertà da ogni tipo di coinvolgimento, opinione, parentela. Calato fin dal principio nella blogosfera e nelle chat, ero diventato Mad e dopo varie peregrinazioni, sono finito Madlost, di cui c’è ancora traccia nel ranking di Google.

Negli anni ho approfondito la questione, prima da semplice utente, poi come consumatore e infine come studio su campo nell’ambito della sociologia. Il fatto è che Internet può passare da liberatore a padrone in men che non si dica. Il dualismo identità/personalità è entrato “in commercio” con il web, dando la possibilità a chiunque di mascherarsi, re-inventarsi, creare ex novo un personaggio che a lungo andare può diventare qualcosa di più. Meglio fare due passi indietro e spiegarmi.

Sherry Turkle, sociologa e docente del Mit ribattezzata “il Sigmund Freud del cybermondo”, definisce ciò che potremmo chiamare personalità virtuale come “il sé frammentato che emerge dal rapporto vissuto all’interno della rete”. La ricercatrice vede nel web l’opportunità di entrare in contatto con i lati diversi della nostra personalità. Zygmunt Bauman invece usa la sua lucida ironia: “Oggi le identità si indossano come magliette, si possono sostituire quando non servono più”. È questo infatti un confine sottile che trasporta la voglia di apparire in vero e proprio essere. E può diventare “un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica”.

Il confine tra opportunità e abuso dello strumento, come spesso accade per la Rete, è davvero sottile. Sono andato dunque alla ricerca di persone che convivono sul confine tra reale e virtuale, vuoi per lavoro che per passione. Il primo è stato Rudy Bandiera, che ho intervistato da poco per la sua #lovvotica e i tweet awards, i premi del mondo Twitter. Nome o nick? “Mettendo il nome reale”, ha raccontato Rudy, “si è maggiormente esposti e paradossalmente meno liberi, nel senso che non sempre possiamo scrivere quello che vogliamo e dove vogliamo: se sono in un forum di destra e dico qualcosa di sinistra con il mio nome, è prevedibile che tutti quelli che mi leggono non saranno mai miei clienti. Di contro si aumenta la propria reputazione, elevando il proprio nome e la propria immagine a brand aziendale: poco importa se si parla di ciccioli o di Internet, quello che conta è essere credibili”.

Come per Rudy, così ho interpellato Jovanz74 (aka Giovanni Scrofani), fondatore di #Gilda35, la “corporazione fantasma” a favore del libero web. “Il nome reale esprime l’identità, ciò che siamo per il gruppo sociale cui “apparteniamo”, è l’ortodossia alla propria famiglia, al proprio lavoro, al proprio credo politico o religioso”, ha spiegato. Al contrario, “il nickname è l’eterodossia da se stessi, è la possibilità di stancarsi di essere soltanto questo piccolo ego limitato. È espressione delle libertà contenute nella personalità (intesa come nel latino “persona” = maschera), tanto ampie da ammettere la contraddizione e la liberazione da se stessi”.

Insopportabile, che ha vinto il premio come miglior tweeter 2010, esplicita e quasi rivendica questa libertà di essere e apparire allo stesso tempo. “Inizio dalla fine: Internet è fatto di persone, ed è per questo che mi piace. Amo esprimere me stesso, e lo faccio nella vita di tutti i giorni, nel mio bar, con mia moglie, al lavoro, in strada. Internet è il mio strumento, la mia protesi in lettere, dove poter esprimere concetti deumidificati dalla patina fradicia della vita. Perchè, però, non con la mia faccia? Perchè viviamo in un mondo drogato dall’apparenza, dove le persone vengono giudicate per la doratura superficiale, senza mai poter affondare il coltello nella carne della loro anima. Mi piace poter pensare al mio interlocutore per l’immagine che io mi faccio di lui, solo in base alle sue parole. Sono queste parole che mi nutrono, che istigano in me concetti repressi nella quotidianità, che esplodono in tweet blue. Ho amato tanto, nella mia infanzia, i personaggi di fantasia, e creavo mondi abitati da personaggi meravigliosi, in luoghi esotici e fantastici. Oggi questi personaggi sono followers, che scatenano la mia fantasia di bambino. Non interessa chi c’è dietro un avatar, ma quello che la mia anima ci legge dentro. Così come per le persone nella vita carnale, per capire un tweeter c’è bisogno di conoscere, parlare, discutere e il nostro involucro è un impiccio, quasi sempre. La vita digitale non è vita artefatta, di gente che propone una vita fantasiosa e inventata: la timeline propone il vero reality della vita, gente che mette se stessa, anche se non ci mette la faccia. Amori, sapori, cazzeggiatori, poeti, musicisti e dementi ed attori: c’è un universo di gente che ti mette il cuore in mano, anche se non sanno chi sei. Forse proprio per quello. E scopri che l’uomo è capace di elevarsi vicino a Dio o a guardarsi nelle mutande del suo io. Ma scopri l’anima, pulsante, vivida, reale. L’anima reale del mondo digitale. Ma (ed esiste sempre un ma) essere anonimo non mi permette di condividere le gioie di un caffè con un tweeter, o di gioire per un riconoscimento, che sia un RT o un premio. La mia paura è scoprire, nel momento in cui conoscerete il mio volto, la mia vita normale, di uomo normale, che dice cose normali, che l’incantesimo si rompa per sempre. E’ dura, durissima, a volte, ma il gioco vale la candela, secondo me. Essere un occhio blu è quello che voglio, adesso. Perchè in un mondo duro e votato al successo e al danaro, il mondo di fantasia va preservato. La mia favola deve continuare. La mia favola blu”.

C’è chi invece non può fare diversamente, come Laura Antonini, famosa speaker di Radio Deejay seguita molto anche sui social network: “A causa dell’esposizione mediatica dovuta al mio lavoro, sono abituata a mostrarmi in voce e questa abitudine ha sempre fatto sì che in rete io non mi nascondessi dietro un nick, ma che usassi il mio nome e cognome. Oggi la radio non è più un nascondiglio per la propria immagine. Siti web e blog, insieme alle webcam che spiano costantemente ogni movimento nei nostri studi durante le dirette, hanno abbattuto quell’aura di “mistero” che ammantava di fascino la mia figura professionale. La Laura di Twitter è la vera Laura, senza trucco e senza inganno… come quella della radio, o forse di più”.

Se di lavoro si parla, allora la parola passa a Roberto Ciacci, fondatore di BolognaIn, la business community regionale più grande in Italia. “Se sei un professionista della Rete, probabilmente è nato prima il tuo nick del tuo nome. Io per esempio ho cominciato ad utilizzare il mio nick “storico” nel 1998, sono dappertutto con quel nick. Oggi però lo percepisco come inadeguato e sto passando al nome. Perché? Primo: perché se il nick non è diventato un brand, non contribuisce alla tua visibilità in Rete, anzi la confonde. Secondo: perché probabilmente con quel nick hai mischiato il privato con il “professionale” e questo può non essere desiderabile. Se invece parliamo di un utente che si iscrive ad un social network o ad un servizio online, è meglio il nickname! Tutela maggiormente la privacy, è una “seconda identità” e non ti pregiudica la socializzazione o il social bonding. Tempo fa ho fatto un intervento in una scuola media. Su una classe di circa 20 ragazzi: 19 avevano un account su Messenger e 17 su Facebook. Insomma, cominciamo in tenera età a disseminare tracce e informazioni personali su di noi. Ecco allora che è meglio un nick, magari ad orologeria: a 18 anni si butta via tutto e si ricomincia da capo”.

Sull’argomento ho contattato anche Chris Brogan, esperto web e Presidente del New Marketing Labs, una social media agency americana che si occupa di curare campagne a livello globale per marchi come Sony, Cisco e Pepsi. Chris è inoltre CEO della Human Business Works, una community dedicata ai piccoli imprenditori. Proprio da quest’ultima mi ha risposto Kim McTighe, Professional Assistant, citando un caso eloquente al riguardo: “L’opportunità di essere qualcuno in rete è abbastanza evidente per il cantante statunitense Kanye West. Il rapper ha sofferto per alcuni anni di cattiva pubblicità, anche perché molte persone, manager e consiglieri, hanno guidato male la sua personalità e persona, impedendogli di dire le cose a modo suo. Nella loro mente era per il suo bene, ma i risultati non sono stati utili e Kanye West ha recentemente dichiarato di voler entrare in contatto con le persone senza i filtri dei suoi agenti di pubblicità e delle riviste. Così è approdato su Twitter”. Sulla piattaforma il cantante parla con fan e giornalisti usando il suo vero nome, non più brand, ma persona vera e propria. “Per me, questo è il vantaggio e la bellezza di tali strumenti”, ha concluso Kim.

“Il nome è un modo per identificare, ed è quindi associato all’identità: a ciò che siamo”, mi ha invece detto Simone Tornabene, nome in codice Mushin, Strategy & Social Media Advisor di Ninjamarketing. “Lo pseudonimo o nickname non è che un altro nome”, ha spiegato Simone, che a 25 anni è anche Chief Marketing Officer (CMO) per Viralbeat. “I più vedono solo la componente negativa: il nick nega un’identità (quella anagrafica) nascondendo il nostro nome. Ma il nick contemporaneamente afferma anche un’identità. L’identità è complessa e il nome è un modo per poterci riferire ad essa in modo immediato e veloce.  Banalizzando si potrebbe affermare che Internet ti permette di essere ciò che vuoi. Internet ha permesso di rendere disponibile anche il momento della nascita: siamo noi a sceglierci un nome. A questa riappropriazione associamo la reticolarità che si sostanzia nell’avere più identità simultaneamente. Chi pone il problema del nick è spesso solo qualcuno nato prima degli anni 80, che fatica a riconoscersi nel nuovo tessuto sociale reticolare”.

Tante voci, tanti punti di vista, tante possibilità di essere noi stessi o di metterci una nuova maschera. Non credo ci sia una risposta chiara e definitiva. Nome o soprannome che sia, penso che  “i nodi giungano sempre al pettine”: siamo sempre noi, variabili distinte che popolano questo piccolo grande Mondo, a scegliere chi e come essere, sfruttare le opportunità di uno strumento utile e valido quale Internet, essere social(i) senza dimenticare però chi realmente siamo. Che da noi stessi non si scappa mai.


16 Commenti a “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by SocialMediaStrategy, ely, Francesca, Matteo Bianx, Matteo Bianx and others. Matteo Bianx said: Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di #Facebook e #Google http://yoc.to/176 #social [...]

  2. Matteo Castaldo scrive:

    “Che da noi stessi non si scappa mai.” Già, bella conclusione. Io, personalmente, tendo ad usare il mio nome reale, ma, dove può fare comodo un’abbreviazione, perchè non usare un nickname derivato? Come nei videogiochi, nei forum, in chat. Solo che di Teo ce ne sono a bizzeffe, eh Bianconi?

  3. Matteo Bianconi scrive:

    Eh, ma di Teto non c’è nessuno :)
    Anch’io ora tendo a usare il mio nome e basta, ma lo alterno con quello “d’arte” Bianx, anche se di artistico non ha nulla. Giocare con uno pseudonimo può essere molto utile!

  4. Alessandro scrive:

    Interessantissimo!!!

  5. Andrea scrive:

    Premessa: provoco.

    Identità non è il nick. Né il nome. Io credo che l’identità sia tutto ciò che facciamo, diciamo. Le tracce che lasciamo in tutti i posti di lavoro che lasciamo, le città da cui scappiamo e quelle in cui approdiamo. Per quanto riguarda le maschere… beh quelle le indossiamo ogni giorno. Indossiamo la maschera di chi lascia il posto alla vecchietta sul bus, quando in realtà vorremmo rimanere seduti noi. Indossiamo la maschera di deve andare in ufficio d’estate con le scarpe e pantaloni lunghi. E invece vorrebbe andare in ciabatte. La grandezza di Internet è che ci ha liberato dell’ipocrisia, al prezzo di indossare un nickname. Mi sta bene. Grazie ad internet posso dire che “chissenefrega, rimango io seduto sul bus… perché ne ho voglia”.

    Più che dell’identità, dovremo interrogarci sulle conseguenze di questo processo: il cambiamento di paradigmi morali. (v. downloading pirata e copyright)

    Andrea Torcoli (detto “bart”)

  6. Matteo Bianconi scrive:

    Legittima provocazione Andrea :)
    Però, se non ci dovessimo curare di identità et similia, sarebbe un lasciapassare perpetuo verso una deresponsabilizzazione universale, no?
    Mi spiego: se io sono un “personaggio” da nickname e basta e passo tutto il santo giorno a insultarti, “perchè ho voglia così”, sarebbe una guerra infinita anche su Internet.
    E hai ragione a fare luce sui paradigmi morali.

    Delle maschere avremo sempre bisogno. Si dice “la maschera dell’uomo civile”, no? Ci sono pro e contro anche qui. Una soluzione vera e autentica non credo esista…uhm.

  7. Andrea scrive:

    @matteo

    Ah, beh… purtroppo è già una guerra. Basta leggere le minacce di morte a Justin Beiber su youtube. Ma dico io… se ti guardi un video sui Pink Floyd che senso ha commentarlo insultando altri cantanti???

    Poco tempo fa, proprio dopo un alterco su yt… l’utente che mi ha insultato mi ha scritto “easy dude, it’s just youtube!”

    … il digitale può elevarci, verso il cielo… ma il passo tra il cielo e il celare ciò che si nasconde è breve…

  8. [...] conversazione è già cominciata sul numero di Spot&Web di questa settimana, che ti invitiamo a [...]

  9. Michela scrive:

    Penso che l’uso di maschere “sociali” – peraltro spesso necessario per “sopravvivere” oggigiorno – può certamente determinare la perdita della propria identità, ma in alcuni casi può anche aiutare il singolo a capire qual è la sua vera identità.
    Ciò che conta, a mio avviso, è essere coscienti dell’uso che si fa delle maschere nei vari contesti, ma soprattutto evitare che le stesse ci rendano “schiavi” degli altri e di noi stessi.
    Certo è che non si può essere “Uno, nessuno e centomila” per sempre…

  10. [...] catepol shared Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google | Pragmatik…. [...]

  11. aparadekto scrive:

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  12. [...] settimane prima per dirmi che aveva un intervento da fare che, manco a farlo apposta, riprendeva un articolo che stavo preparando per Spot & Web. Ci confrontiamo, poi quasi per battuta butto giù l’idea: perché non [...]

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  14. [...] sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo [...]

  15. […] di @MatteoBianx che ti combina? Prende spunto dai miei vaniloqui per un articolone: "Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google" che vede la partecipazione di Rudy Bandiera, del sottoscritto, di Insopportabile […]

  16. […] sono reiteratamente espresso a favore dello pseudonimo in interviste (v. “Name Vs. Nickname: viaggio tra l’Essere e l’apparire nell’era di Facebook e Google”) e interventi dal vivo (v. “Twitday 1.0: #JM10”). Sotto il profilo espressivo lo pseudonimo […]

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