Pubblicità in tempo di crisi: nuove opportunità o mere illusioni?

Dalla rubrica “La comunicazione di plastica” di Francesco Cataldo Verrina per “Spot & Web” del 1°febbraio 2011

La crisi della pubblicità non è forse solo crisi di in­vestimenti, ma nasce da una diffusa insoddisfazione verso i media in generale. Tranne alcuni modelli di eccellenza, l’intero universo dei mass media, dalle ti­gri di carta ai social network, sembra essere pervaso da un appiattimento sull’ovvio ed uno smodato desi­derio di sensazionalismo che porta uomini e mezzi a scivolare sul piano inclinato della mediocrità. Gli ultimi anni sono risultati nefasti per quanti ope­rano nel settore della comunicazione: da un lato l’af­fermazione delle nuove tecnologie ed il moltiplicarsi delle piattaforme che hanno modificato le tradizionali “regole d’ingaggio” e le modalità d’impiego; dall’altra una cattiva immagine di giornalisti e conduttori TV, divenuti cani da riporto della peggiore politica, degli intellettuali trasformatisi in cantastorie del potere e degli operatori a vari livelli asserviti alla quotidiana pratica del pettegolezzo.

Mentre cresce la necessità di un’informazione più obiettiva ed equidistante, forse completamente di­stante dalla politica, l’incessante diffusione dei new media, eccessivamente volatili, e l’avvento di troppi “nuovi” editori improvvisati non produce un fattore di stimolo per il mercato ma solo di rallentamento. Soggiogati dall’inerzia, i media appaiono incapaci di attrarre investimenti pubblicitari di qualità: in riferi­mento alla comunicazione commerciale, si potreb­be parlare di “fattore intasamento” determinato da un’offerta decisamente sproporzionata rispetto alla domanda.

Per comprendere meglio talune asserzioni, sarebbe opportuno fissare almeno un concetto: “la pubblicità, intesa come advertsing, non è un mezzo di comuni­cazione a sé stante” ma, al di là della sua funzione pro-attiva, costituisce solo un vettore di contenuti, ossia una variabile dipendente da altri media che ne veicolano i messaggi. Il deterioramento dei media sembra abbia prodotto anche uno scadimento dei supporti pubblicitari alimentando, come un mantice, la fiamma del disinvestimento da parte delle impre­se. Il fragore mediatico, particolarmente in televisio­ne, surclassa costantemente il flusso pubblicitario che, quando non è avvertito dal fruitore come un ennesimo fastidio, diventa un momento di “decom­pressione”: la soglia dell’attenzione si abbassa e il cosiddetto “trasferimento della sensazione” finisce per essere vanificato. Perfino i titoli altisonanti di cer­ta stampa o i sensazionali video della Rete o altre de­moniache presenze posseggono la forza di occultare i riquadri ed i banners pubblicitari.

Per dirla in soldoni, il mondo del giornalismo, del­la pubblicità, dell’editoria e dei vecchi e nuovi media sono strettamente legati al medesimo cordone om­belicale, fratelli-coltelli e figli della stessa genitrice. La crisi c’è, la congiuntura è pesante, la globalizza­zione impazza, ma l’inadeguatezza dei mezzi rende ancora più difficile la vita di chi opera nel campo della pubblicità.

Se la pubblicità rantola nel buio, in parte, le colpe vanno attribuite al roboante impero dei media che, oltre a moltiplicare le piattaforme e i mondi virtuali possibili, non riesce ad indicare strade percorribili ed approdi sicuri alla pubblicità che, oltre a garantire la propria sussistenza, garantisce (e garantirebbe me­glio) la sopravvivenza dei mezzi che la veicolano. La pubblicità è costretta a dare un messaggio, comu­nicando piacere ed imprevedibilità, necessita di una realtà “eufemizzata”, distante dai conflitti e dalle ne­gatività. Per contro, la mancanza di autorevolezza dei media rispecchia la volontà di annientamento dell’av­versario che si sente nella nostra società.

Se l’immagine sociale dei giornalisti, conduttori e mezzi tende al ribasso, il calo degli investimenti in comunicazione risulta direttamente proporzionale al calo degli indici di ascolto e di gradimento da parte del pubblico soprattutto dei media tradizionali a tutto vantaggio di Internet. La Rete, nonostante il trend attivo, non ha dato ancora quei frutti sperati, forse perché a molti potenziali investitori appare come una “neverland” senza legge, uno sconfinato territorio senza confini delimitabili e totalmente privo di punti di ancoraggio.

Gli scambi one-to-one e l’ampliarsi del “prosuming mediale” (produzione da parte di utenti dei contenuti informativi), l’incremento esponenziale dell’offerta di informazione porta, sovente, a confusione ed ansia da “over-information” e perdita di controllo. Il Web ha innescato una selezione darwiniana di molti media tradizionali determinando il successo di nuove testate ed una crescente multimedialità dei prodotti editoria­li, ma ha favorito, al contempo, la nascita prematura con rapida scomparsa di innumerevoli e insignifican­ti fenomeni che fanno capolino per poi scomparire come fuochi fatui.

A tal fine, la validità e la credibilità dei mezzi risulta ancora più necessaria oggi che si verifica un eccesso di informazione e di “mediatizzazione”. In futuro per il cittadino-consumatore sarà più difficile distingue­re il vero dal falso e il professionista dall’impostore, tanto che la domanda di approfondimento, selezione e sintesi, interpretazione ed orientamento, norme di controllo e sanzioni diverrà sempre più pressante.

In futuro si dovrà migliorare il messaggio, scegliere bene i media, lavorare sulla qualità del contesto in cui si inserisce il messaggio e la credibilità del mez­zo. La pubblicità, essendone la principale fonte di sostentamento, sembrava avesse asservito i media, ma questo le si è ritorto contro. La perdita di attrat­tività editoriale di gran parte delle testate e di molte trasmissioni TV ha determinato il calo dell’identifi­cazione e della fidelizzazione del pubblico, quindi l’in­debolimento del medium quale veicolo di messaggi commerciali.

L’autentica svolta epocale sarà il definivo passaggio dalla pubblicità “colonialista” alla pubblicità interes­sata alla bontà del brand in relazione ai potenziali consumatori. Il recupero di credibilità dei media di­venta una “conditio sine qua non” per gli investito­ri pubblicitari, che non dovranno più “colonizzare” i media, ma passa attraverso la qualità del prodotto editoriale e la cura del suo rapporto con i fruitori.

La pubblicità non solo sarà sempre indispensabile per i media, ma addirittura tenderà ad orientarli. In futu­ro gli investitori pubblicitari avranno bisogno di mez­zi adeguati e credibili, diversamente non lo saranno neppure i messaggi veicolati attraverso essi.

Francesco Cataldo Verrina è un Pubblicitario Professionista. Nato in Calabria, da oltre 30 anni, vive e lavora in Umbria. Per oltre un ventennio, ha alternato la conduzione di programmi radiofonici a quella di direttore artistico, copy-writer e inventore di svariati format (oltre 15.000 testi realizzati per la radio). Ha collaborato con numerose testate su argomenti riguardanti la musica, la comunicazione e lo spettacolo. Titolare dello studio creativo ADV NEWS e partner associato dell’agenzia OPERA-ADV, nel 2008, è stato ideatore e promotore “on line” del progetto RADIO TP – TUTTO PUBBLICITA’, la Radio dei Pubblicitari Italiani Liberamente Associati. Oggi, insieme ad un team di professionisti, offre consulenza e creatività a svariate aziende.

Articoli correlati:

  1. Pubblicità adesiva sulle cosce? Sì, esiste
  2. “Immagine differente”: ecco il Comitato contro gli stereotipi dell’immagine della donna nella pubblicità
  3. Sara Tommasi, Marra e il signoraggio: analisi (semiseria) della pubblicità
  4. Vacanze? Il Sud Tirol invita alla scoperta con una pubblicità originale
  5. 30 pubblicità d’impatto tra provocazione e cattivo gusto: Win or Fail?

Lascia un Commento

Pragmatika Srl 2010 - P.IVA 02088551201

Realizzato da kifulab