Rubrica “Let’s social” per la rivista “Spot & Web” del 3 maggio 2010
È cominciato tutto quando mi sono iscritto all’università: sociologia, più un’ispirazione che una decisione presa guardando il panorama didattico della laurea. La situazione è peggiorata quando ho scelto marketing e comunicazione, addentrandomi in una specializzazione all’insegna di Internet, social media e quant’altro. E ho il pessimo sospetto che sia definitivamente crollato quando l’altro giorno ho provato a spiegare una strategia “social” che l’azienda per cui lavoro ha proposto a un cliente.
Insomma, mio padre, giovane 60enne amante della grafica e del buon cibo, ha smesso di provare a capire ciò che faccio. “Quello che dici lo capisco a metà. E l’altra faccio finta”, sono state le ultime parole.
Ciò che per i nativi digitali è ovvio, per alcuni della mia generazione è semplice, per altri è particolare, per qualcuno con qualche anno in più è strano. Poi capitano quelli che, come mio padre, ce la danno su – grazioso modo anglosassone che mi piace tradurre letteralmente. E dire che non è un dinosauro: ha un iPod nano, compie operazioni di e-banking, ogni tanto si avventura pure in qualche chat iberica per rinverdire uno spagnolo imparato da ragazzo.
Il problema è a monte: nell’era della comunicazione, non c’è informazione. Muovendomi in un celebre centro commerciale dell’elettronica mi sono imbattuto per esempio in una scena dai contorni dolci e demenziali. Una giovane commessa spiegava l’offerta Sky a un simpatico “nonno” che probabilmente aveva vissuto la grande guerra. Punica, intendo. Lei era sorridente e spigliata, lui corrucciato e laconico. Calcio, hd, cinema, digitale terrestre e ancora e ancora e ancora. “Sì, va bene, ma cosa significa lo collego alla tivvù?”, domanda lui. “Che collega il decoder al monitor, inserisce la scheda, configura l’apparecchio e la televisione e poi il gioco è fatto!”, risponde lei. “Decoche? Scheda? Signorina, io le credo quando lei mi dice che è un gioco, ma sono le regole che non capisco!”, esclama alla fine il nonno.
Diciamocelo, non è così semplice e intuitivo come vogliono farci credere. Mi correggo: è semplice e intuitivo come possiamo credere, ma a qualcuno serve qualche lezione in più. Mio padre fa il grafico da una vita, già è stato un trauma passare dalle chine agli strumenti Apple, figurarsi ora che probabilmente è stato già indicizzato da Google e non lo sa. Una delle nostre ultime conversazioni è stata su BootB, “uno strumento che consente di trovare online le migliori strategie e concetti di marketing, proposte grafiche o idee per campagne pubblicitarie”, recita il sito. “Ma scusa”, mi fa lui fissandomi come si guarda un falso profeta, “cos’è questa trovata? Uno scrive ciò di cui ha bisogno e poi il mondo risponde?”. “In effetti è così, ma comunque il committente deve pagare la prestazione, mica è gratis”, sottolineo. “Sì, ma… ma le care vecchie agenzie pubblicitarie? Chi se le fila? Non fanno più preventivi e si devono adeguare? Un ragazzino di 14 anni che usa photoshop da sei mesi può vincere questi concorsi e fregare tutti?”, continua lui. “In effetti, puoi avere ancora ragione…”, replico. Mio padre rimane in silenzio per qualche minuto, poi mi chiede se i lavori seri esistono ancora. In effetti…
Se da una parte ci sono i nativi digitali, dall’altra come possiamo chiamare chi è nato in quell’epoca dove la televisione stava muovendo i primi passi? Nativi analogici? Ma poi l’analogico ha bisogno di un decoder per passare al digitale, no? E chi è che fa da decodificatore?
Siamo noi che lavoriamo nel settore. Siamo noi che spieghiamo un’offerta di tv on demand. Siamo noi che tutti i giorni accendiamo un computer e magari guardiamo video, scriviamo su facebook e rispondiamo a qualche email. Non voglio generalizzare dicendo che chi è nato prima della metà del Novecento sia “anti-social” o “contro-tecnologico”, anzi, ho conosciuto “padri” e “nonni” dai quali non posso fare altro che apprendere la misteriosa arte del Social Media Manager. E viceversa ho incontrato molti coetanei chiedermi a cosa servisse Facebook o se Twitter fosse un nuovo supereroe. Voglio semplicemente ricordarci che chi ha la conoscenza, ha anche la responsabilità di diffonderla. Per questo motivo il digital divide rimarrà tale finchè tutti non avremo una medesima base perché “le idee si assomigliano in modo incredibile, quando si conoscono” (Samuel Beckett).
Ci vuole uno sforzo cognitivo da entrambe le parti, questo poco, ma sicuro. Non arrabbiamoci con chi ci chiede spiegazioni, ma prepariamoci a essere noi stessi i “decoder” di un mondo nuovo che ogni giorno si fa più grande e più piccolo.
Che poi ci prendono gusto, eh. Mio padre alla fine si è iscritto a BootB. E ora vince pure le gare. Alla faccia del ragazzino di 14 anni e 6 mesi di photoshop.