Rubrica “Let’s social” per la rivista “Spot & Web” del 24 maggio 2010
Ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta di Internet. La cosa che mi affascinava di più era il poter parlare – o meglio, scrivere – con persone sconosciute, a qualunque orario, per qualsiasi parallelo. Mi piaceva da matti l’idea di scoprire chi c’era al di là di un tubo catodico e miliardi di input, la possibilità di esprimermi senza il timore di espormi, anche inventarmi un personaggio per una notte. Ero curioso e con molta fantasia, insomma. Con il passare del tempo, Internet è diventato abitudine. Il mio stesso atteggiamento è cambiato: frequento raramente le chat, sono più interessato alle informazioni e, soprattutto, agli angoli di confronto, senza più la paura di dire la mia con nome e cognome.
Ford diceva: “Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo”. Vecchia filosofia, ma mai come ora vera. Sì, perché le piattaforme “social” sono diventate oggigiorno vere e proprie fucine di idee, laboratori dove confrontarsi, trovare risposte e anche discutere aspramente. Sinceramente credo che questo sia il risultato migliore dal lancio di Arpanet nel 1969: il progresso è figlio di madre genialità e padre dialogo. Lungimirante è l’esempio di LinkedIn, la piattaforma social dove i professionisti di ogni campo inseriscono curriculum e idee: mi capita spesso di soffermarmi rispondendo a domande o cercando risposte, aggirandomi tra responsabili d’oltreoceano, manager del vecchio continente e impiegati d’Oriente.
La chiave è il dialogo, insomma. Ma, come ogni cosa, c’è sempre l’altra faccia della medaglia. Se andiamo verso un mondo “social”, dove ogni cosa viene registrata nella rete del cloud computing e da server sempre più capienti… bè, le informazioni rimangono lì: qualsiasi cosa che abbiamo detto o fatto invecchia come i miglior vini, ma senza alterarsi. Tag, articoli, foto, pensieri, tweets e così via, sono le nostre impronte digitali, difficili da cancellare, sempre più facili da incontrare. A tal proposito è uscito proprio questa settimana un rapporto della Electronic Frontier Foundation (EFF), organizzazione no profit Usa per la difesa dei diritti digitali, secondo cui le accortezze usate dagli internauti per non essere tracciati sono quasi sempre inefficaci. Stando all’indagine, il modo in cui gli utenti configurano un browser di navigazione è già di per sè una sorta di impronta digitale lasciata sul web: nell’84% dei casi l’utente usa una combinazione di impostazioni unica, che consente di tener traccia delle sue attività online” (fonte ANSA).
Insomma, che lo vogliamo o meno, “esistiamo”. Ho fatto una prova cercando tracce su mio padre, l’essere meno “social” che io conosca. Ebbene, “esiste” anche lui. Nessuno pare essere immune alla Rete che, oggi più che mai, può essere chiamata in questo modo: Internet è la “tonnara” della nuova era. La pubblicità rispecchia la società e proprio pochi giorni fa Mister Nikesh Arora, responsabile vendite di Google, ha annunciato che entro il 2015 metà dell’advertising globale sarà online (fonte The Daily Telegraph).
Che sia chiaro: non sono garante della privacy né oracolo 2.0, ma semplicemente un osservatore. Al contrario di molta gente che ho avuto la sfortuna di conoscere, non ho nessun problema a dire o scrivere ciò che penso, alzo le mani e mi faccio “indicizzare” senza problemi. Sorrido di fronte l’impatto che hanno avuto queste tecnologie nella società fluida nella quale viviamo (Bauman docet). E rido davanti all’ennesime trovata/provocazione verso Facebook: proprio in questi giorni ha aperto Openbook, un vero e proprio “cerca segreti” ideato da tre ingegneri di San Francisco per dimostrare le carenze nel controllo dei contenuti da parte di Zuckerberg e compagnia. A quanto pare basta digitare alcune parole e il sito rivela il relativo status update. Scritto usando le API pubbliche e documentate di Facebook, Openbook dà a tutti su Internet la possibilità di cercare gli aggiornamenti di status che non sono protetti. “Odio il mio capo”, “in cerca di”, ma anche “Berlusconi”/“Bersani”/“Megan Fox”… sono tutte parole chiave che ci apriranno i pensieri di sconosciuti e amici.
E insomma, ricordo quando ho sentito parlare per la prima volta di Internet. La cosa che mi affascinava di più era il poter parlare – o meglio, scrivere – con persone sconosciute, a qualunque orario, per qualsiasi parallelo. Con il passare del tempo, il web è diventato abitudine. Il mio stesso atteggiamento è cambiato, più attento alle informazioni e ai confronti. Ma in tutto questo non ho immaginato il punto dove siamo arrivati.
In questo momento, proprio ora, Internet sta parlando di noi.