Forse perchè c’è parecchia disinformazione in giro. O forse perchè non ce ne sono abbastanza, di informazioni utili. Ma è più probabile perchè ci troviamo di fronte a un nuovo episodio di “spreco di risorse“. Parliamo dei 48 milioni di euro di fondi per la promozione del vino italiano, un settore che è sinonimo di vanto e qualità per il nostro Bel Paese. A darne notizia – con lucide riflessioni – è l’editoriale di Emanuele Vescovo per la rivista Il Mio Vino (in uscita a settembre) che proponiamo molto volentieri.
È della fine di luglio la notizia che il Ministero delle Politiche Agricole alimentari e forestali ha finalmente sbloccato 48 milioni di euro di fondi per la promozione del vino italiano (Decreto ministeriale n 4123 del 22 luglio 2010 relativo a “OCM Vino – Modalità attuative della misura “Promozione sui mercati dei Paesi terzi” – Campagne 2010-2011 e seguenti”). Una montagna di soldi destinati, teoricamente, ai produttori di vino italiani, seriamente in difficoltà a causa della crisi che ha portato a progressivi cali di vendita, sia in Italia sia all’estero.
Ma attenzione perché, come spesso accade in questi casi, non è tutto oro quello che luccica. I soldi ci sono, infatti, ma non è assolutamente facile ottenerli. Anzi, è probabile che alla fine buona parte dei fondi a disposizione non vengano assegnati e di conseguenza tornino in Europa, con buona pace di chi avrebbe davvero avuto bisogno di un aiuto concreto.
Ma come è possibile una cosa di questo genere? Lo abbiamo chiesto a Carlo Alberto Panont, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese che, come molti suoi colleghi, dedica buona parte del suo tempo alla ricerca di risorse per dare visibilità alle aree che rappresenta.
«Per prima cosa occorre una precisazione - spiega Panont – la cifra di 48milioni di cui si parla in questi giorni è corretta ma a ogni singola regione spetta solo una parte di questa somma. Una fetta che viene stabilita a tavolino sulla base dello schedario vitivinicolo. In pratica chi ha più ettari vitati, ha diritto a più fondi. Questo senza considerare minimamente il valore del vino prodotto in quella regione o il valore dell’export generato da quella area. La Lombardia, per esempio, dei 48milioni potrà utilizzarne solo 1,4 milioni. Comunque una bella cifra, anche in considerazione del fatto che per i prossimi anni i fondi a sostegno del vino saranno ancora più alti (oltre 110milioni di euro n.d.r.) e che di conseguenza la fetta di soldi destinati alle singole regioni saranno proporzionalmente sempre di più. Il problema vero è che le norme che regolano questi finanziamenti sono davvero molto complesse e, in alcuni casi, inutilmente rigide. Basti pensare che ogni progetto può interessare un solo Paese estero e che lo stesso gruppo di aziende o Consorzio non può impegnarsi su più di un progetto per volta».
I progetti, inoltre, devono avere un valore minimo di 100mila euro, che le aziende o i Consorzi possono finanziare con soldi pubblici solo al 50% (solo in alcune regioni si arriva anche al 70%). Il rimanente deve essere messo direttamente dal beneficiario del finanziamento. Il che vuole dire che tutte le realtà minori, quelle che probabilmente hanno più bisogno di sostegno in questo momento, sono automaticamente escluse dai finanziamenti.
«Nessun piccolo Consorzio o associazione di piccoli produttori ha la possibilità, reale, di accedere a questi fondi - spiega ancora Panont. Da una parte la soglia di investimento minima richiesta è davvero molto alta. Dall’altra anche solo per presentare la domanda è necessario dotarsi di studi di consulenza che preparino tutta la documentazione. Circa il 10% del finanziamento viene investito per pagare questo tipo di attività. E come se non bastasse, mancano i tempi. Il Decreto ministeriale è datato 22 luglio e le domande vanno presentate entro il 15 di settembre. Non c’è letteralmente il tempo per presentare progetti così complessi. A meno di non essere già stati impegnati in iniziative di questo genere o di non avere casualmente un progetto già pronto nel cassetto». Ma le difficoltà non finiscono qui. Per non rischiare di sprecare denaro pubblico, i soggetti che partecipano a questi finanziamenti sono tenuti a rendicontare ogni spesa in modo molto preciso. Con il rischio, però, che a cose fatte alcune spese, inizialmente approvate, non vengano considerate “congrue” e di conseguenza che le aziende o i Consorzi siano tenuti a pagare di tasca propria anche la parte di investimento che sarebbe dovuta essere coperta dal finanziamento pubblico.
«Ma la cosa peggiore - conclude Panont – è la sensazione che anche in questo caso sia del tutto mancata la giusta pianificazione. Appena pubblicato il Decreto, tutti si sono buttati a capofitto nell’elaborare progetti di ogni genere, spesso molto simili e soprattutto destinati agli stessi Paesi». Un vero e proprio spreco di denaro che potrebbe essere invece investito in modo molto più redditizio. «Con una migliore programmazione a livello nazionale si sarebbe potuto dar vita a un coordinamento in grado di ottimizzare i risultati verso ogni singolo mercato estero».
Per il momento, dunque, le notizie non sono davvero buone. Almeno per chi sperava in un aiuto concreto per finanziare la propria piccola attività nel mondo del vino. Peccato che in Italia, attività come queste, rappresentano il 90% del totale.





